vanity press vs self publishing scritta con signora che si specchia sullo sfondo. Bianco e nero

Se mi segui da un po’ di tempo forse lo sai già: quando ero un’ingenua ragazza di 19 anni ho dato alle stampe il mio primo romanzo (che in questo periodo sto rivedendo massicciamente in vista di una futura e più matura “ri-pubblicazione” e il cui titolo era e non sarà mai più Twin Souls). Dico che ero ingenua non solo perché è stata un’esperienza più o meno fallimentare, ma soprattutto perché mi sono buttata in un’avventura alla cieca, senza sapere bene quello che stavo facendo.

L’editore in questione, dopo aver regolarmente ricevuto il mio manoscritto, mi ha risposto più o meno così:

Ma che bel romanzo! Ci piace molto e vorremmo tanto pubblicarlo! A patto, però, che tu acquisti almeno 100 copie della tiratura iniziale

Questa forma di editoria si chiama “vanity press”. Allora io non sapevo di cosa si trattasse ma (e questo è molto più grave) molti lettori e scrittori italiani continuano a non saperlo e soprattutto continuano a fare confusione fra vanity press e self-publishing.

Non mi fraintendere, non rimpiango la mia prima esperienza editoriale poiché, nel bene o nel male, mi ha condotta fino a qui. Tuttavia, se in quel momento avessi valutato meglio la mia situazione o se avessi conosciuto qualcuno in grado di spiegarmi la differenza fra self-publishing e vanity press forse avrei preso una strada differente.

Per questo motivo (e per la generale confusione di lessico che, a mio avviso, regna aancora nel mondo del self-publishing all’italiana, contribuendo al pregiudizio diffuso che si riscontra tra i lettori) oggi sono qui a parlare della sottile ma fondamentale differenza che intercorre tra vanity press e self-publishing.

 

Vanity press, self-publishing, print-on-demand: inglesismi allo sbaraglio

Ebbene sì, gli inglesi ci stanno invadendo e le armi che abbiamo a nostra disposizione per non finire sommersi di inglesismi e parole incomprensibili (utilizzate più o meno a caso giusto perché “fanno figo”) sono i dizionari.

Quindi cominciamo subito con un po’ di definizioni rigorose:

Self-publishing: Autoedizione, ovvero pubblicazione di un’opera senza l’intermediazione e la selezione di un editore. […] (da Treccani.it)

Vanity press: L’editoria a pagamento (vanity press in inglese, édition à compte d’auteur in francese) è il segmento del mercato editoriale in cui la pubblicazione di un libro è pagata principalmente dall’autore, direttamente o tramite l’acquisto di un numero prefissato di copie. […] (da Wikipedia.org)

Ecco qui i due termini incriminati, a cui ne aggiungerei un terzo, giusto per non fare confusione e perché è strettamente collegato ad entrambi:

Print-on-demand: Stampa su ordinazione, metodo editoriale per contenere i costi di una pubblicazione subordinandone la tiratura alle richieste. […] (da Treccani.it).

Per ovvi motivi di spazio non riporto le definizioni complete, che potete comunque leggere nei link riportati in parentesi (e vi consiglio di farlo). Dalle brevi definizioni qui riportate si può però già evincere una sostanziale differenza di focus fra i tre termini: mentre self-publishing si concentra su chi prende l’iniziativa della pubblicazione; il punto focale di vanity press è invece chi paga per l’azione intrapresa; infine, print-on-demand pone l’accento sull’azione in sé, che riguarda un solo aspetto specifico della pubblicazione, la stampa.

Inizia ad essere chiaro che non si possono utilizzare questi termini indifferentemente come sinonimi, vero?

 

Vanity press vs self-publishing: quanto può costare l’ignoranza

Allontaniamoci ora dal puro aspetto semantico dei termini utilizzati, perché ciò che veramente interessa me, e soprattutto te, è la differenza che intercorre tra i diversi fenomeni identificati dai termini vanity press e self-publishing.

Credimi, per quanto sottile questa differenza possa sembrare agli occhi di uno “spettatore”, per uno scrittore si tratta di una differenza non banale e la sua ignoranza può costare cara (come è costata a me quando avevo 19 anni) e non solo in termini “monetari”.

Vediamo quindi quali sono le differenze principali:

  • Editore o no? Nel caso della vanity press si ha sempre la presenza di un editore. Certo, molti argomentano che sia difficile parlare di editori in senso proprio, poiché un editore dovrebbe essere colui che investe sul talento di uno scrittore, mentre in questo caso è lo scrittore a dover investire su se stesso. Rimane comunque il fatto che nel caso della vanity press si ha a che fare con una struttura editoriale che spesso affianca attività di editoria tradizionale a quella di vanity press, e che quindi è costituita da editor, correttori di bozze, grafici, impaginatori e quant’altro. Nel caso del self-publishing, invece non si ha a che fare con un apparato di questo tipo: lo scrittore fa tutto da solo, dall’editing alla pubblicazione, e può semplicemente rivolgersi a servizi o figure professionali che si occupino di alcuni passaggi al posto suo.
  • Diritti d’autore e contratti editoriali. Se il self-publisher decide di rivolgersi a professionisti che si occupino di alcuni aspetti della pubblicazione (una pratica comune è rivolgersi a servizi che si occupino della distribuzione dell’ebook su vari store online, ad esempio) potrà avere a che fare con alcuni tipi di contratti editoriali: nessuno di questi, però, al contrario del caso della vanity press, comporterà la cessione dei diritti d’autore della sua opera. Quando si intraprende la via del self-publishing i diritti sono e rimangono dell’autore in ogni momento; invece, nel caso della vanity press il contratto editoriale comporterà la cessione dei diritti d’autore alla casa editrice per un certo periodo di tempo, precludendo quindi all’autore la possibilità di pubblicare con terze parti fino allo scadere del contratto, pena il pagamento di una penale!
  • Una strada solitaria? Come già evidenziato, quando si intraprende la strada del self-publishing bisogna tenere presente che si sarà da soli dall’inizio alla fine, salvo la possibilità di assumere dei professionisti a proprie spese. Nel caso della vanity press, invece, avendo a che fare con una struttura editoriale completa, il contratto editoriale comprenderà quasi sicuramente impaginazione, pubblicazione (a stampa o digitale), assegnazione di ISBN e distribuzione (materiale o digitale) oltre a diversi tipi di servizi editoriali: dall’editing, alla semplice correzione di bozze, dalla creazione di una copertina ad hoc alla promozione attraverso diversi canali. Da questo punto di vista, scegliere un editore di vanity press può comportare dei vantaggi nel difficile percorso della pubblicazione.

due uomini si tengono per mano sopra un tavolo con dei soldi, simbolo del fatto che con la vanity press non sei solo

Insomma, sia nel caso del self-publishing, sia in quello della vanity press l’autore paga per vedere pubblicata la propria opera, ma le condizioni al contorno sono molto diverse e possono comportare una grossa differenza soprattutto in termini in impegno economico.

Per quanto riguarda il print-on-demand la faccenda è ancora diversa: questa è infatti un’attività sostenuta in genere da stampatori, di cui possono avvalersi sia gli editori tradizionali, sia quelli di vanity press, sia i self-publisher e i servizi di self-publishing. Il print-on-demand serve infatti sia per ottenere qualche copia di un’opera a uso personale, sia per abbattere i costi di pubblicazione non prevedendo una tiratura iniziale di copie cartacee. Con il print-on-demand la copia cartacea viene stampata solo quando c’è una richiesta da parte del cliente: in questo modo la singola copia viene a costare di più ma non si hanno giacenze, copie in perdita, né ingenti investimenti iniziali.

 

L’ombra lunga della vanity press sul self-publishing

C’è un altro, fondamentale motivo per cui ho voluto scrivere questo articolo e cercare di fare un po’ di chiarezza nel nebuloso mondo dell’editoria 2.0 all’italiana: il pregiudizio.

In Italia i pregiudizi contro gli autori di self-publishing e il self-publishing in generale sono più diffusi del prezzemolo e, sebbene le ragioni addotte dai detrattori siano in genere razionali e logiche, a mio parere, se il pregiudizio negativo su di una forma di editoria così squisitamente nuova per il mercato italiano è così diffuso un po’ è anche colpa della vanity press, e ora ti spiego perché.

L’autopubblicazione non è un fenomeno nato ieri, è anzi vecchio quasi quanto l’invenzione del signor Gutenberg. Il fatto è che qui in Italia, fino a qualche anno fa, questo fenomeno coincideva sostanzialmente con ciò che gli anglofoni hanno definito vanity press. Come forse avrai notato, quei simpaticoni anglofoni hanno dato a questo fenomeno un nome ironico e dall’accezione negativa: il termine vanity press fa infatti riferimento alla vanità degli autori che ricorrevano a questo tipo di editoria perché incapaci di accettare i troppi rifiuti ricevuti dall’editoria tradizionale. Lasciamo perdere che alcuni tra i più grandi autori del secolo scorso (e anche di quelli precedenti) siano ricorsi a questo tipo di pratica (Virginia Wolf, Oscar Wilde, Italo Svevo, Alberto Moravia, ecc.).

Mentre il mondo anglofono è oggi arrivato a riconoscere nel self-publishing una pratica differente, degna di nota e di importanza per il futuro dell’editoria, noi italiani rimaniamo impegolati in un intrico di termini e significati oscuri che hanno portato a traslare sul self-publishing e sui suoi autori l’aura negativa (aura negativa alimentata non poco da Umberto Eco nel suo Pendolo di Foucault, lasciatemelo dire) associata alla vanity press o editoria APS.

Con questo, fai attenzione, non voglio dire che se non ci fosse stata la vanity press non ci sarebbe stato pregiudizio (noi italiani siamo ben noti per essere resistenti alla maggior parte dei cambiamenti e a farne le spese negli ultimi anni è stato anche il povero ebook) ma che in questo modo un fenomeno nuovo di zecca come quello del self-publishing, che ha di fatto eliminato gli intermediari tra autori e pubblico, non ha potuto sfruttare un iniziale beneficio del dubbio, ma ha dovuto iniziare da subito la dura lotta per risalire la china del pregiudizio.

 

Vanity press, pregiudizi e Happy Self-Publishing

Ho già fatto altrove questa dichiarazione di intenti ma desidero ribadirla qui: la mia è una crociata, una lotta disperata alla “Don Chisciotte contro il mulino a vento” del pregiudizio aprioristico contro gli autori di self-publishing. Conduco questa lotta perché, come in ogni altra “rivoluzione dal basso”, anche nel self-publishing c’è del buono e del cattivo, non resta che separare la crusca dal resto. E per favore, miei cari accaniti detrattori, non venitemi a dire che questo è l’unico ambito in cui, per ricavare delle perle, bisogna prima buttare via un sacco di gusci vuoti!

Nel mio piccolo io ci sto provando ma ho bisogno anche di te: ho bisogno che tu diventi il mio Sancho Panza perché la nostra voce si alzi e contrasti l’ignoranza che purtroppo dilaga anche tra i rappresentanti del giornalismo ufficiale. Perché quando anche Il Fatto Quotidiano fa di tutta l’erba un fascio, dimostrando di non avere la minima idea di cosa sta parlando, direi che è ora che si dimostri al mondo che le “voci dal basso” non sono sempre un male!

 

Ora dimmi, ti sembra che io sia riuscita a fare un po’ di chiarezza? Credi che qualche punto sia da migliorare? O pensi che mi si dimenticata qualche aspetto importante? Fammi sapere la tua opinione, caro il mio Sancho!